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Marco Sabellico a Vinoway: "La biodiversità può essere la carta del futuro"

Si ringrazia Witaly.it per la gentile concezione Si ringrazia Witaly.it per la gentile concezione
Alla Tenuta La Fortezza, Torrecuso, nel parco del Taburno-Camposauro, visita natalizia di Marco Sabellico, uno dei curatori della guida vini del Gambero Rosso, invitato a condurre una intrigante degustazione.
Sette vini da non perdere, da nord a sud del Belpaese. Al suo fianco il giornalista Rai Gerardo Antelmo, e Libero Rillo, Presidente del Consorzio Sannio Tutela Vini.

In rimonta la Falanghina del Sannio, a tuttoggi l'uva bianca più coltivata - e con grande successo - sulle fertili pendici del Taburno. Pura espressione di un territorio straordinariamente vocato quanto ancora  in massima parte da valorizzare per la sua unicità insieme al patrimonio enogastronomico.

Partenza  con due must del territorio: Falanghina del Sannio sottozona Taburno Doc 2014 e Aglianico del Taburno Docg 2011, entrambi prodotti da Tenuta La Fortezza,  realtà vitivinicola emergente del Sannio beneventano. Azienda giovane e proiettata in avanti, nata negli ultimi anni dal flair imprenditoriale di Enzo Rillo. L'ha presentata con  slancio e immediatezza il nuovo consulente, Vittorio Festa, abruzzese con una spiccata  predilezione per i bianchi di tradizione, “ricchezza di natura che ritrovi nell'uva e poi nel bicchiere” dichiara convinto.

Ecco lo scambio di battute con Marco Sabellico, disponibilissimo alle domande di Vinoway.

La Campania  regione chiave  nella riscoperta dei vini di tradizione. Il Sannio una regione storico-geografica di recente  rivalutata. Riscoperta a cui il Gambero ha dato un apporto determinante  in tempi non sospetti. Sabellico, è così?

“La biodiversità può essere la carta del futuro. Uno che sta facendo tanto in questo senso è Mustilli a Sant'Agata dei Goti, che ha riscoperto e lanciato all’inizio degli anni Ottanta falanghina, greco, aglianico e piedirosso, i vini delle radici. Tenuta La Fortezza è una delle aziende che si sta mettendo in mostra nel vivace panorama dell'enologia sannita: recupero dei vitigni tradizionali , attenta selezione in vigna, prezzo allettante. E una storia importante da raccontare. La Falanghina  è il vitigno dalla storia più importante in Campania, ma il più trascurato. Un vino nobile dell'antichità, utilizzato anche per fare il Falerno, così chiamato dal nome del console romano e dell'anno di vendemmia, un vino dalla straordinaria longevità che si è conservato per cento anni ermeticamente chiuso in anfora.”

Come trova la Falanghina  Doc del Taburno  firmata da Vittorio Festa con Raffele De Marco per La Fortezza, vino in finale per i Tre Bicchieri (come pure l'Aglianico della stessa azienda)?

“E' una Falanghina moderna che può rispondere  anche a richieste del mercato internazioanle. Naso pulito ed elegante, profumi freschi e nerbo acido, sapidità, mineralità. Caratteristiche spiccate che rivelano un bianco plasmabile, fresco e fruttato, piacevolissimo. Ottima base spumante e anche per il passito. Un prodotto innovativo che non ti aspetti. Può essere tutto e abbinabile con tutto grazie alla sua straordinaria versatilità. Fresco e fruttato è ideale  con il crudo e la cucina mediterranea.  la maturazione più tardiva  ci darà un bianco di maggiore struttura, importante,  che ben accompagna cotture più elaborate. Ma potremo avere anche  un passito ideale con i dolci”

Dopo il Primitivo,  il più  richiesto nel mondo tra i vini del sud, un altro “grande vino del futuro”, per dirla con l'enologo Festa, è l'Aglianico, vino simbolo di una enologia  italiana e di un paesaggio unico.

“L'Aglianico è  una vite eterna, che ci dà un vino che si apprezza col tempo. In passato l'Aglianico era detto  "hellenico" a sottolineare l'origine greca, ed è il  vitigno principale da cui si produce il Taurasi, così chiamato dal nome del piccolo borgo vinicolo conquistato dai romani dopo aver sconfitto gli irpini, nell'80 d.C. Il Taburno come il Vulture, l'altitudine del territorio e la sua natura minerale, vulcanica. L'Aglianico è uno dei grandi vini del sud per il suo massimo potenziale qualitativo”

A proposito del Primitivo, una domanda  voluta dal direttore di Vinoway, Davide Gangi: come mai l'Es di Gianfranco Fino quest'anno non ha visto confermata l'eccellenza con i Tre Bicchieri del Gambero, diversamente dai riscontri top  nelle altre guide di riferimento?

“Succede nelle degustazioni alla cieca, magari l'anno prossimo andrà diversamente. Es è arrivato alle finali con un punteggio molto vicino al massimo. Paradossalmente i mancati Tre B hanno fatto notizia, sono diventati un caso, quindi un vantaggio perchè se n'è parlato di più”.   

Cosa pensa dell'Aglianico  del Taburno Docg 2011 della Fortezza, in degustazione questa sera?

“E' un vino che inizia ad entrare nella piena maturità. Rubino cupo, frutto pieno ma non surmaturo, nerbo, acidità, tannini eleganti. Un vino ricco, un signor vino che  può tranquillamente competere con un Nerello. Il problema è comunicarlo, come farlo riconoscere  quale grande vino italiano sul mercato  mondiale. La grande sfida è saper raccontare il territorio e la sua biodiversità ai consumatori più evoluti che vanno alla ricerca di qualcosa di stimolante intellettualmente”.

Quali i prossimi progetti del Gambero Rosso?

“Nel 2016 festeggiamo i trent'anni di vita. Siamo la testata italiana  più diffusa a livello internazionale, proseguiremo per la strada del vino e del food con i grandi artigiani e cuochi dell'agroalimentare nel mondo dove più di frequente andiamo. Puntiamo sulla crescita internazionale creando più Accademie del gusto. La scelta di un grande rosso tradotta in varie lingue possiamo farla solo noi italiani! Il caso delle potenzialità dell'Aglianico calza a pennello: in versione più moderna è stato creato il rosé per il mercato più giovane e per diversificare la gamma di prodotti, un modo per  poterlo proporre a nuove fette di consumatori. Come capite, un vino che attraversa il tempo. Lo ripeto, i vini delle radici rappresentano la carta del futuro, tutto sta a saperli raccontare!”.

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