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Intervista a Francesco P. Valentini Vincitore al Best Italian Wine Award

Parola all’artigiano della vigna. La filosofia produttiva  di Francesco Paolo Valentini.  Cosa c’è dietro il “primo della classe” : Valentini Trebbiano d’Abruzzo  Doc  2007.

Il titolare ed enologo dell’azienda agricola Valentini, Francesco Paolo, si concede poco alla stampa.  Non per vezzo, ma  perché ha una priorità: la vigna. Se avanza un po’ di tempo, tra i mille impegni, riceve qualche giornalista. Siamo stati fortunati!  Ottima accoglienza, in degustazione un Trebbiano d’Abruzzo del 1981.

- Iniziamo dal Best Italian Wine Awards. Come commenta le polemiche sollevate a causa del piazzamento del suo Trebbiano d’Abruzzo  Doc  2007 al vertice dei 50 migliori vini di Italia?
«Polemiche? Sollevate da chi? Non ne sono al corrente. Ma… poco importa. Non mi soffermo a dibattere se il Trebbiano d’Abruzzo da me prodotto è il miglior vino italiano o no. Una commissione, composta da esperti italiani e stranieri,  ha valutato e ha ritenuto che meritasse il primo posto. L’importanza di questo premio è da ricondurre prima di tutto al vitigno, al mio territorio e poi, di riflesso,  alla mia azienda».

Valentini spiega, con pacato  vigore, le caratteristiche  e potenzialità indiscusse del Trebbiano d’Abruzzo. Ricorda che si tratta di un vitigno autoctono presente nel territorio da più di 2000 anni,  il famoso Trebulanum citato dai classici. Un vitigno, non di “Serie B”, che dà grandissimi risultati se vinificato correttamente, cioè senza maltrattare la materia prima e seguendo la filosofia produttiva più congeniale al  produttore. Per  Francesco Paolo Valentini comanda Madre Natura, da cui la scelta di  produrre vini seguendo una logica artigianale.

- Cosa si intende per vini artigianali? Quali sono le altre categorie?
«Per  me esistono due tipologie di vino: artigianale e industriale. Senza fare sottocategorie: vino bio, vino naturale, ecc. L’industria potrà appropriarsi del concetto bio, ma non del concetto di artigianalità del vino. L’artigianalità è l’antitesi del vino industriale. Sono due realtà meritevoli di esistere, ma molte diverse. Il consumatore  sceglie. L’artigiano fonda il suo lavoro sulla materia prima.  Il vino nasce in vigna, l’80%-90% del lavoro si svolge in vigna per limitare gli interventi in cantina. Seguo la legge dell’armonia e dell’equilibrio degli opposti, non si può creare in cantina il giusto rapporto tra gradazione zuccherina, acidità, ph, ecc. Se un’annata è particolarmente siccitosa, e quindi il vino è carente di acidità, non intervengo con l’aggiunta di acido tartarico per compensare, sarebbe un’armonia fittizia. Quell’acido tartarico precipiterà in bottiglia tempo dopo. Mi gratifica che il  vino che ha ricevuto il riconoscimento sia l’espressione di un’annata difficile, in cui l’ estenuante  lavoro in vigna è stato decisivo».

- Che particolarità ha il “primo della classe”?
«È facile ottenere un buon vino da una buona annata. Il 2007, il 1977, sono state annate tragiche. Nonostante abbiamo prodotto un vino molto stabile di cui colpiscono la freschezza e la “tridimensionalità”.  Non c’è nulla di “costruito”. Guardiamo il 2007: gradazione 12,40% vol.,  alta acidità totale (quasi 7,00 gr/lt) e ph 3.0 . È un vino che durerà nel tempo, ma la situazione non l’ho creata io. Ho messo in atto le pratiche di lavoro in zone siccitose: l’aridocoltura. Ho chiusa la terra per attenuare l’evaporazione, ho stimolato l’apparato radicale ad andare in profondità, ho fatto trattamenti per non stressare il frutto, ho fatto opportune potature verdi sino ad arrivare all’irrigazione di soccorso per salvare la pianta. Abbiamo lottato per quell’annata e abbiamo ottenuto un risultato soddisfacente. Ho assecondato la vigna. So che può sembrare folle, ma osservo la natura e mi metto a sua disposizione. Non è falsa modestia,  mi definisco solo un tramite».

- Che cosa ha imparato osservando la natura?
«Osservo che i cambiamenti climatici avvengono in tempi brevissimi. Nel corso di un convegno sul clima fatto a Loreto Aprutino tempo fa abbiamo constatato, carte alla mano,  che col passare degli anni più si va avanti più si anticipa la vendemmia. Nell’annata premiata, 2007, abbiamo vendemmiato a fine agosto, una volta si vendemmiava ad ottobre. Da artigiano vedo che la vigna non riesce ad adattarsi ai cambiamenti climatici. Osservo che la maturazione zuccherina avviene con largo anticipo rispetto a quella fenolica. Lo zucchero è molto concentrato a fronte di vinaccioli ancora verdi, la polpa intorno al vinacciolo non si stacca, la buccia ha una durezza eccessiva per quel grado zuccherino. C’è un innalzamento del ph,  l’azoto prontamente assimilabile (APA) è basso, si ferma alla parte aerea e la pianta non riesce ad assorbirlo per i frutti. Ricordo che i lieviti si alimentano con l’azoto, se l’azoto manca i lieviti  si  “cannibalizzano” e aumentano le temperature di fermentazione. Questo per un artigiano è un vero problema, perché l’artigiano lavora con lieviti indigeni (presenti sulla cuticola)e in assenza di  temperatura controllata. Io non uso altri lieviti, altrimenti finirei per uniformare il gusto del vino. È tutto collegato. Ho il dovere di riportare quello che vedo mentre osservo la natura, perché ciò che accade alla terra alla lunga accadrà anche ai suoi figli».

Ultima modifica ilLunedì, 12 Novembre 2012 08:37

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