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Luca Gardini in Esclusiva per Vinoway risponde...

L’amico Luca Gardini ha scelto Vinoway per rispondere alle varie critiche sollevate in questi giorni nel Web per il Best Italian Wine Awards e noi lo ringraziamo.


Come nasce l’idea di creare Best Italian Wine Awards?
Era da tempo che desideravo riunire un prestigioso comitato di degustazione, invitando a partecipare, oltre ad alcuni tra i professionisti del vino italiano che più stimo, anche autorevoli personalità del vino internazionale, per confrontarci di fronte ad una selezione di alcune tra le più rappresentative realtà produttive italiane. Ne ho parlato con l’amico ed esperto Andrea Grignaffini e abbiamo pensato di realizzarne una classifica, sulla base di rigorosi punteggi assegnati ai vini (serviti  alla cieca) da ognuno dei degustatori ed espressi in centesimi.
Ne approfitto per segnalare, a chi non lo sapesse, un degustatore esperto è in grado di esprimere un giudizio oggettivo basandosi su una serie di parametri che sono chiaramente diversi in base alla tipologia di vino che si trova ad analizzare.
Il fatto di mettere insieme bianchi, rossi, spumanti, vini dolci e vini speciali non crea alcun problema, anche perché i campioni sono stati chiaramente divisi in batterie ed assaggiati nell’ambito delle due giornate di tasting.

Come vengono selezionati i Vini in degustazione?
Ognuno di noi ha stilato una lista indicando le proprie preferenze, risultato di lunghe esperienze di degustazione e di una costante ricerca. Abbiamo riunito un comitato altamente specializzato e il risultato è stata una selezione ricca ed eterogenea di centinaia di vini.
Dall’incrocio dei nominativi da noi selezionati , e dopo qualche confronto, abbiamo stilato una lista di circa 160 etichette e richiesto alle aziende l’invio dei campioni.

Alcuni si chiedono qual è  la finalità della guida, se così la possiamo definire…
Non si tratta di una guida ma di un evento. Le finalità possono essere diverse ma una su tutte: le classifiche fanno parlare, stimolano la curiosità, animano il confronto.
La nostra ambizione è quella di crearne un format replicabile periodicamente, ma soprattutto di portarlo all’estero, per attirare l’attenzione sul vino italiano. Non abbiamo inventato nulla di nuovo, solo che in Italia siamo stati i primi a riunire un comitato internazionale e il tempo ci dirà se questa idea potrà portare qualche cambiamento. Noi lo speriamo e, quantomeno, ci proviamo. A me sta a cuore solo il vino, dai produttori ricevo continui incoraggiamenti a continuare per questa strada e mi basta per andare avanti.

Qualcuno grida addirittura allo scandalo per l’assenza di grandi “blasoni” dell’enologia, ad esempio Gaja…
Abbiamo chiaramente richiesto i campioni all’azienda. Conosco la famiglia Gaja, per cui provo una profonda stima, hanno preferito non inviare i campioni e noi abbiamo rispettato la loro decisione.
Poi però ci siamo procurati le bottiglie, convinti del fatto che per rendere credibile un tasting di alto livello come quello che abbiamo organizzato alcuni grandi, grandissimi nomi non dovessero mancare. Come Gaja altri che non cito. Non per il momento almeno.
Forse non ci crederai ma le degustazioni alla cieca possono, talvolta, rimescolare le carte in tavola in modo insospettabile. Credo che se avessimo voluto creare una classifica ideale, sulla base di ricordi ed esperienze di degustazioni effettuate negli anni,  o sulla base di “quello non può mancare” i risultati sarebbero stati diversi.
Tuttavia abbiamo scelto di operare secondo un metodo e questo è stato il risultato matematico, tutto qui. Abbiamo però in mente di adottare qualche cambiamento nelle prossime edizioni, vogliamo allargare la selezione e assaggiare quanti più vini possibili e rivedere qualche formula, ma ne parleremo a tempo debito. Del resto questa è stata una prima edizione accetto tutte le critiche, sono davvero utilissime per migliorare il progetto.

Un noto giornalista ha scritto che siete partiti con il piede sbagliato e si riferiva soprattutto al Premio Azienda nella Storia di cui non ha approvato l’assegnazione a Marchesi de’ Frescobaldi
Un’azienda che esiste da centinaia di anni, che si è fatta conoscere in tutto il mondo non per le ragioni che qualcuno ha sollevato, ma per la qualità dei suoi vini, creando un vero e proprio colosso aziendale, per me ha avuto un peso nella storia di un Paese come l’Italia, che fatica a far conoscere i suoi magnifici vini fuori dai propri limiti geografici, e in cui si parla troppo senza avere il coraggio di osare, di sfidare le convenzioni, di correre dei rischi per uscire dal nido sicuro del proprio blog. Siamo partiti con il piede sbagliato? Non credo, e comunque ci siamo mossi  in qualche modo. Io fermo davanti ad una tastiera a scrivere non ci so stare, lo testimoniano i numerosi viaggi che regolarmente faccio in giro per il mondo, per raccontare a chi non sa neanche dov’è l’Italia sull’atlante, come si fa il vino a casa nostra. Certo non è una cosa che si può fare in un giorno, non basterà questo singolo evento, ma riparliamone tra qualche anno e allora ci sapremo dire chi avrà avuto ragione.

C’è anche chi, non apprezzandolo, ha gioito del 50° posto del Vino ES di Gianfranco Fino, che l’anno scorso è stato considerato il milglior Vino rosso Italiano. Tu cosa rispondi?
Questa considerazione mi diverte molto. La famiglia Fino era felicissima, hanno partecipato all’evento e hanno compreso lo spirito dell’iniziativa. Alla serata erano presenti anche produttori rimasti fuori dalla classifica, ed erano contenti di essere lì. Tutti conoscevano l’esito del concorso poiché la classifica era stata resa nota già da un paio di giorni. Non ci vuole davvero un genio per capire che 50 vini in mezzo a migliaia di etichette in tutta Italia sono da considerare un picco di eccellenza. Lo scarto tra i 50 vini era in definitiva minimo, tra quelli che hanno raggiunto le prime posizioni si è trattato addirittura di decimi di punto. Quando ho detto che la classifica era un pretesto intendevo proprio questo: non vogliamo dire “questo è meglio di quello” ma vogliamo invece fotografare ogni anno un frammento della storia enologica in Italia perché questa formula può essere più facilmente letta e capita anche all’estero, specie dove non ci conoscono proprio.


Come ultima domanda, lascio a te esporre un libero pensiero conclusivo…
Hanno criticato l’idea, hanno criticato la modalità di selezione, hanno criticato le intenzioni, l’aspetto dei giurati e perfino la mia cravatta (bellissimo regalo di un caro amico peraltro, ciao Thomas). Io sfido tutti, ma proprio tutti, con il bicchiere in mano però, e non a parole. Vediamo in quanti rispondono all’appello. E non mi riferisco ad una degustazione di vini alla cieca per vedere chi ne becca di più (troppo facile) ma a vedere chi capisce cosa in quel vino può essere migliorato, se qualcosa da migliorare effettivamente c’è, o cosa lo rende grande, se racconta qualcosa del proprio territorio. La famosa critica costruttiva? Sì, proprio quella. Quella che chi fa vino si aspetta da me quando mi concede il privilegio di giudicare il suo lavoro. Sai quale idea sta dietro al concetto di critica costruttiva? Quella di costruire qualcosa, anche se metaforicamente, di certo non perdo il mio tempo cercando di demolire il lavoro  fatto da altri.

Un caro saluto a tutti con immutato affetto.

Ultima modifica ilSabato, 29 Settembre 2012 06:25

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