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Lino Carparelli dopo Radici Wines

Lino Carparelli by Paolo Emilio Arrighi Lino Carparelli by Paolo Emilio Arrighi
Dopo la mia esperienza vissuta a Radici Wines nella Commissione Nazionale, ho chiesto a Lino Carparelli, enologo di fama internazionale, già Presidente di Assoenologi per la Puglia, Calabria e Basilicata, nonché persona che gode di tutta la mia stima e considerazione, di prestarsi ad una mia intervista per farlo conoscere meglio ai Lettori di Vinoway.

Quando nasce la passione di Lino Carparelli per l’enologia?
Io mi trovo a fare l’enologo per pura coincidenza, perché, frequentando l’Istituto Agrario negli anni ’60, scelsi di fare il Corso di specializzazione  e quindi mi diplomai in viticoltura ed enologia nel 1972 con il titolo di  Enotecnico, poi commutato nel titolo di Enologo, ed iniziai subito   a lavorare. La mia prima esperienza risale al 1974 presso una piccola cantina a Martina Franca (TA) e di lì è poi nato tutto il mio percorso professionale.

Lei è considerato tra gli eccellenti enologi italiani, vista anche la sua fama di “bianchista” pugliese e non è poco in quanto la Puglia non ha grandi tradizioni per questa vinificazione. Ci sveli il suo segreto…
Nel mio percorso professionale devo ringraziare innanzi tutto il Presidente della Cantina Sociale di Locorotondo (BA) perché quando ne diventai il direttore tecnico, mi mise a disposizione quella che all’epoca era la più importante struttura del Mezzogiorno ed è lì che è iniziata la mia evoluzione per quanto riguarda la vinificazione in bianco. La cantina sociale di Locorotondo, infatti, fu la prima ad utilizzare il freddo in enologia e fu un impegno abbastanza gravoso, ma che portò alla produzione di circa 4 milioni di bottiglie negli anni 80/90, con l’espressione di un vino che per anni è stato un porta bandiera.

Alla prima verticale, in assoluto, di vini bianchi di Puglia, avvenuta nella serata di Aspettando Radici del Sud, il suo minutolo Vigna Rampone I Pastìni ha sorpreso un po’ tutti (come scrissi qui). Ha sorpreso anche Lei?
Si, quella è stata la prima esperienza personale di una verticale di vini bianchi autoctoni pugliesi. Considerando che abbiamo impiantato il vitigno nel 2001, presentare una verticale delle vendemmie dal 2003 al 2011 era piuttosto rischioso dal punto di vista della tenuta, poiché i vini bianchi pugliesi non hanno questa longevità. Questa verticale è stata voluta soprattutto dai responsabili di Radici, nelle persone di Nicola Campanile e Luciano Pignataro , che ne è stato il conduttore, ma io stesso non sapevo cosa avremmo trovato aprendo quelle bottiglie del 2003. E’ stata quindi una grande sorpresa che mi ha fortemente emozionato perché era la prima volta che si apriva una bottiglia del 2003 col vitigno autoctono minutolo. Tutte le annate hanno presentato una longevità e una tenuta del vino strepitose e questo ci ha gratificato, poiché tutti i sacrifici e l’impegno profuso  sia nella scelta varietale, che è stata abbastanza coraggiosa, sia nella scelta della tecnica ci hanno consentito di avere un risultato che possiamo considerare una pietra miliare nell’enologia dei vini bianchi pugliesi.

Dopo Radici Wines, dove Lei è stato chiamato come unico enologo nella Giuria Internazionale, Le chiedo se ha notato differenze di vinificazione tra le varie regioni presenti.
Ho potuto notare che le tecniche di vinificazione sono piuttosto similari mentre  è diversa l’attenzione e la cura che ogni regione pone sulle uve e sui vigneti. Ho notato che la Campania ha un livello qualitativo abbastanza standardizzato ed elevato, con le giuste diversità tra le varie aziende, ma un interessante livello qualitativo.
In Puglia ho riscontrato delle diversità che non vanno ricercate nelle tecniche di vinificazione, ma nell’attenzione con cui ci si pone dinanzi alla ricerca del vigneto, della sua area di appartenenza. Credo che la Puglia debba  essere più attenta ad esaltare le caratteristiche territoriali per fare quel salto di qualità che attualmente sta facendo ma che potrebbe essere ancora più razionale, più lineare, più omogeneo.
Dalle degustazioni fatte sui vini Calabresi, mi ha colpito il livello qualitativo del gaglioppo, uva difficile da vinificare, e comunque di tutti i vini e questo mi fa pensare che abbiano fatto notevoli passi in avanti non solo nella tecnica di vinificazione, ma anche nella viticoltura.
Stessa cosa potrei dire anche per la Sicilia e la Basilicata dove ho riscontrato una qualità di sicuro interesse.

Si parla tanto di vino biologico,biodinamico, naturale. Che significa?
Io sono convinto che chi deve realizzare un prodotto con le proprie uve, creare il proprio vino, non deve andare alla ricerca a tutti i costi di essere etichettato come biologico, biodinamico o naturale perchè per chi fa il vino la produzione è uno stile di vita, è un qualcosa in cui credere fermamente  cercando di puntare soprattutto alla qualità che poi deve essere riscontrata nella naturalità del prodotto stesso.

Si possono eliminare o non aggiungere solfiti nel vino, o meglio secondo Lei le percentuali ammesse si potrebbero abbassare con una più attenta vinificazione?
Io credo che non bisogna demonizzare l’uso dei solfiti, dell’anidride solforosa, poiché sono una componente della tecnica di vinificazione. Ormai le aziende vitivinicole hanno tutte un grande interesse a non eccedere nelle quantità utilizzate e con le moderne tecniche si è ridotta drasticamente la percentuale di presenza di anidride solforosa. L’importante oggi è produrre uva facendo più attenzione durante la fase della viticoltura poiché tanto migliore è il prodotto che arriva in cantina tanto minori saranno i costi e le quantità di additivi utilizzate.

Quanto è utile il passaggio in botte o barrique?
Ormai il discorso della barrique è superato, come commentavo insieme ai degustatori della commissione internazionale di Radici Wines, con i quali percepivo una sensazione di fastidio in presenza di note esagerate di legno. Le barrique in alcuni casi possono migliorare il prodotto senza arrivare all’esagerazione che porta tutt’altro che benefici. Bisogna secondo me auspicare il ritorno alla vecchia botte come contenitore per il processo di evoluzione, di maturazione del vino, affinchè possa arricchirsi di quei benefici che le note del legno possono donare nel tempo.

Se l’enologo Carparelli dovesse cambiare il modo di vinificare, cosa cambierebbe oggi?
Questa è una bella domanda… oggi c’è questa tendenza a voler cambiare le tecniche di vinificazione ma quando si dispone di una buona materia prima non occorrono grandi interventi. Il processo della fermentazione è un processo naturale che va  assecondato quando ci si trova nelle condizioni ottimali. Se invece abbiamo delle situazioni “estreme” è chiaro che l’intervento tecnologico diventa indispensabile per  colmare le lacune qualitative.

Progetti per il futuro?
Ogni tanto guardo la mia carta d’identità e mi rendo conto che di acqua sotto i ponti ne è passata… mi piacerebbe ritornare a un vecchio progetto su cui sto lavorando da parecchio tempo. Vorrei verificare se con le varietà della Valle d’Itria, la verdeca, il bianco d’Alessano ed il minutolo stesso, si possono gettare le basi per una produzione ad alto livello finalizzata alla realizzazione di spumanti.

Oltre alla Puglia, in quale altra regione le sarebbe piaciuto “esprimere” la sua professione di enologo?
In realtà ho già avuto esperienze al di fuori della Puglia, la più interessante è stata quella di aver portato la viticoltura e l’enologia a Malta negli anni 85/86, quando  le aziende ancora non avevano grande dimestichezza. Ho potuto operare portando la mia esperienza fino a ricevere un encomio dal Presidente della Repubblica Maltese, iniziando un percorso che ancora oggi mantengo.

Ora, se mi permette, le pongo una domanda di parte: come Editor di Vinoway e a nome del Team, ci farebbe piacere e saremmo onorati se Lei volesse, anche per il futuro continuare a divulgare e condividere la sua encomiabile preparazione con i  Lettori del nostro Portale.
Io sono assolutamente felice di collaborare con Vinoway, perché sono convinto che chi ha maturato delle esperienze le debba mettere a disposizione di persone che vogliono ampliare, vogliono conoscere, vogliono porre delle domande nel campo vitivinicolo ed enologico.  Apprezzare le caratteristiche organolettiche di un vino non è soltanto una questione di allenamento, ma è anche un fatto di cultura che permetta di andare a cercare la qualità che è l’espressione del territorio e non l’omologazione del gusto e questa secondo me è la scommessa del futuro.

Ultima modifica ilMartedì, 26 Giugno 2012 06:28

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