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Scorci della Piana di Noto, Siracusa, Sicilia

Scorci della Piana di Noto, Siracusa, Sicilia Scorci della Piana di Noto, Siracusa, Sicilia Scorci della Piana di Noto, Siracusa, Sicilia
La mia vacanza nel siracusano, anche se non completamente rivolta all’enogastronomia, non può passare inosservata soprattutto se si visita una delle zone vocate alla viticoltura della regione Sicilia, sede dell’Eloro DOC e Moscato di Noto DOC e sottozona Pachino.
Sempre attratto dalla volontà di conoscere e vivere una vacanza all’insegna della mobilità, intesa come spostamento, per vedere il più possibile e raccogliere con il potere della vista e della passione tratti di cultura e natura di una terra che mi affascina per svariati motivi, ho percorso diversi chilometri all’interno del triangolo più a sud della Sicilia. Non vi nascondo che l’obiettivo era molto più ambizioso, ma tuttavia sono riuscito a raccogliere alcune testimonianze di viticoltura che cercherò di condividere in questo articolo.

Parto da Noto, città che esprime tutte le caratteristiche barocche, che caratterizzano tutta la provincia di Siracusa, riconosciuta patrimonio dell’UNESCO. Città molto affascinate, ben tenuta e tranquilla costituita da una via principale che conduce alla cattedrale, chiesa Madre di San Nicolò, imponente costruzione in stile barocco egregiamente ricostruita dopo il terremoto del 1990. Non vi è spazio per la consuetudine e lo sguardo è continuamente catturato dal caldo colore “giallo tenue” dei palazzi. Una zona d’immenso valore archeologico, monumentale, ambientale. Noto è ricordata anche per l’Infiorata, spettacolare manifestazione che si svolge tutti gli anni in Via Riccardo Nicolaci (terza domenica di maggio).

Noto mi lascia anche la curiosità regalata dall’insegna “Cantina Sperimentale di Noto”, che ho avvistato all’ingresso della città. La Cantina Sperimentale di Noto, insieme a quelle di Milazzo, Monreale e Marsala fu istituita nel 1889 con lo scopo di diffondere e migliorare le tecniche di coltivazione della vite e delle conoscenze enologiche necessarie a far progredire i processi di vinificazione. Non mancherà senz’altro un articolo d’approfondimento.

Uscendo dalla città entro presto a contatto con la viticoltura locale e mi rendo subito conto che, da queste parti, la vite non ricopre l’intero territorio, ma i vigneti trovano spazio all’interno di piccoli/medi appezzamenti attorniati da uliveti, agrumeti e mandorleti. Proprio per questo è stato necessario un lento girovagare lungo stradine rurali contornate da minuziosi muretti di sassi a secco. Questo dolce saliscendi mi ha permesso di scovare vigneti dalle nette sembianze siciliane che trovano nell’alberello l’emblema della viticoltura locale, delle tradizioni contadine e dell’eroismo, per fare qualità. Non sarà propriamente corretto parlare di viticoltura eroica, perché siamo sulla piana di Noto, ma vi assicuro che “dal vivo” l’impressione è molto chiara e altrettanto affascinante. Distese di “bonsai” su terreno prettamente calcareo con grappoli di nero d’Avola disposti sulla parte più bassa della pianta come una collana di perle che raggira il tronco della vite. Nessun sostegno, ma solo il grosso tronco che forma mezzo giro di spirale e porta alcuni tralci. La resa, ve lo assicuro, è bassa con pochi grappoli che porteranno al massimo 2 Kg d’uva.  Il sole è negato di rado e molto spesso l’appassimento in pianta non è una pratica voluta. Le viti hanno una vita media di trent’anni, ma arrivano anche a cinquanta.

La strada forma un triangolo prettamente agricolo ove qua e là si possono scorgere piccole cantine, spesso in fase di ristrutturazione, buon sintomo economico, grazie a un ambiente pedoclimatico eccellente e alla recente comprensione da parte dell’uomo delle elevate potenzialità vitivinicole. I lati sono definiti rispettivamente dalle strade che uniscono Noto,Rosolini e Ispica, Ispica-Pachino e Pachino-Noto.

I nuovi vigneti, che ho potuto vedere, anche se con un po’ di rammarico, perché indicano il lento, ma probabilmente inesorabile abbandono dell’alberello, troppo oneroso in termini economici , utilizzano sistemi di allevamento a spalliera contenuta, e i vitigni principalmente coltivati sono il nero d’Avola, il moscato bianco e il frappato. 
Lungo il tragitto ho avuto un paio d’incontri che hanno arricchito il mio viaggio. Il primo riguarda la casuale visita alla Cantina Modica. Attraversando un tratto di strada rurale incontro un casolare ben ristrutturato con delle persone che stavano effettuando la  diraspatura. Mi fermo e chiedo alcune informazioni riguardanti i vitigni impiegati e il tipo di allevamento. La risposta non ha disilluso le mie attese: “nero d’Avola allevato ad alberello”. Il viticoltore, impegnato, m’invita a entrare nella cantina. Incontro l’enologo che mi concede una veloce visita. All’interno, le vasche d’acciaio brillavano “di nuovo”, mentre era già in fase di vinificazione il moscato di Noto al primo anno di produzione. Visito la stanza delle barrique e infine la zona imbottigliamento. Ambienti non grandissimi ma “caldi” e ben curati che mantengono alcuni resti delle più antiche tradizioni della famiglia Modica. Successivamente il titolare m’invita ad assaggiare alcuni vini che mi lasciano ancora il ricordo della Sicilia come eccellente terra da vino e dove il tempo non ha ancora cancellato i lineamenti tipici della viticoltura e della produzione vinicola.

Il secondo incontro mi trova di fronte ad una realtà più particolare che racconta molto bene il periodo prerinascimentale dell’economia vitivinicola siciliana (prima degli anni 90). In questo periodo la Sicilia era conosciuta principalmente come grande produttore di vini da taglio destinati alle produzioni più evolute del nord Italia o della Francia. Vini molto ricchi in alcol e sostanze estrattive che servivano da condimento. Tutto questo grazie al sole e alla terra di Sicilia. Altre destinazioni, ancora in uso, riguardano la produzione di vini destinati al consumo locale o la vendita di mosto ad altri produttori della regione. In questo caso i metodi di produzione erano meno avanzati e l’uva, dopo la diraspatura, veniva disposta all’interno di grossi torchi che messi in funzione provocano la spremitura delle vinacce. Mi ha particolarmente affascinato poter vedere dal vivo la fuoriuscita del mosto e costatarne la ricchezza, chiedendo direttamente al titolare alcune delucidazioni sulle note problematiche di vinificazione a temperatura non controllata. La risposta è stata molto chiara: “in queste uve c’è un quarto di zucchero ed è impossibile che s’inneschi la fermentazione acetica”.  Tutto si conclude con l’apertura delle doghe che costituiscono l’involucro contenitore e l’estrazione dei residui della spremitura.  Grandi ruote di vinacce compatte che lasciano il segno ineccepibile del lavoro umano e del mosto “ancora caldo”.

Cito infine, uscendo da questa piccola parentesi enoturistica, due piccoli paesi che meritano di essere visitati: Marzamemi e Portopalo di Capo Passero che si contendono una zona costiera intatta e libera, direi unica. 

Ultima modifica ilLunedì, 11 Ottobre 2010 19:45
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