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Il dispiacere della carne

E’ con piacere che vi annunciamo che da oggi il Magazine Vinoway.com inizia a “parlare” di gastronomia.

L’area dedicata sarà curata e gestita dal Dott. Michele Poligneri, affermato professionista di fama internazionale, che esordisce con un argomento che in questi ultimi giorni ha fatto discutere: la carne.
Siamo orgogliosi ed onorati di avere l’amico Michele nella nostra famiglia e gli auguriamo un proficuo lavoro.


Ci risiamo.
La sentenza impietosa che si abbatte non tanto sui costumi alimentari, quanto su una delle produzioni agricole più sensibili alle incursioni mediatiche di questi ultimi dieci anni appare come un monito impietoso su chi, da sempre, utilizza le carni rosse e i suoi derivati.

Che il consumo smodato di qualsiasi bene alimentare potesse nuocere gravemente alla salute, ci pone di fronte ad una insolita presa di posizione.

Certo, le campagne sono ridotte ad un bene culturale relegato al ruolo archeologico di evocazione cui votare masse domenicali di destinazioni  che hanno quasi smarrito, cosi, il forte e potente significato LITURGICO di sentinelle ambientale.

Le fattorie considerate alla stregua di un quadro introvabile,  ignorando che esse rappresentano la fucina di produzioni agricole identitarie, anche se con bilanci al limite del pareggio se non, come nel caso della produzione di animali da macello, del reddito negativo, vengono sospinte  così in un ambito di incertezza rispetto a  quello che da sempre connatura la vita produttiva in campagna.

L’aver rincorso i facili e comodi indici di incremento ponderale,  condannando le bestie ad ingoiare qualsiasi sottoprodotto (farine animali ed insilati) per ottimizzare questa o quella performance di accrescimento, ha ugualmente impoverito le fragili economie aziendali che, con latte, formaggi e salumi, indicano, invece , una via alimentare tutt’altro che “pornografica”, indice cioè di una cultura contadina che oramai non esiste più, ma che di fatto ha plasmato il nostro vissuto storico di approccio al cibo.

Gli allevamenti intensivi, lo sappiamo,  sono un problema ambientale, da sempre, ma che si debba ricorrere a scorciatoie proibizionistiche per  poter cosi sostenerne il ridimensionamento dei consumi,  ci sembra davvero un dato preoccupante.
Mi spiego.

Se il moderno consumatore intercettasse l’idea che l’introito  esasperato nella propria dieta di derrate alimentari di origine animale, sfuggendo al dato soggettivo,  e moltiplicandola per milioni di uomini e donne, costituisce di fatto una delle fonti più  importanti di “debito ambientale” con  peggioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, se valutasse in maniera pacata che il benessere animale, fatto di adeguata ginnastica funzionale, di aree per il riposo adeguate,  fatte di pascolo, ruminazione, scelta di essenze vegetali spontanee  presenti nel  cotico erboso , con parallela riduzione alle limitazioni delle proprie necessità vitali, oppure utilizzo di fieni pregiati,  capaci cioè di trasferire all’animale il necessario per ripristinare la proprie riserve impoverite dal pascolamento attivo, dalla produzione del latte, dalla gravidanza collaterale alla fase di lattazione,  produce alimenti di qualità nutrizionale sopraffina, il monito dell’OMS sull’attività cancerogena delle carni e dei sui derivati, sicuramente suonerebbe come uno sproposito.



E’ di tutta evidenza che le richieste di mercato in qualche modo sono alimentate anche da modelli culturali e modaioli ma, almeno una volta, ci si lasci coinvolgere da un altro ragionamento che è quello che consideri il tutto come una produzione agricola: l’allevamento e la macellazione, con il conseguente commercio di carni, è un settore di grande spessore economico.

Il suoi peso è rappresentato da  oltre 32 miliardi di euro all’anno. Il patrimonio zootecnico agricolo conta 6 milioni di bovini, 9 milioni di suini, 600 milioni di capi di pollame.

In questo contesto si è costretti a invocare provvedimenti legislativi  utili al mantenimento di prodotti agricoli a grave rischio di estinzione e il recente disegno di legge ne è la prova (Disegno di legge Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità agraria ed alimentare).

Se, invece, facessimo tutti un piccolo sforzo con il calibrare i nostri consumi su cio’ che piu’ di etico si possa immaginare per la spesa quotidiana, magicamente tante storture scomparirebbero  d’incanto.

Se il consumo eccessivo di grassi animali di cui la carne rossa ne è costituita, che da sempre sappiamo  predispone al cancro del colon, a cosa sarebbe mai servito lanciare la notizia anti carne alla fine di EXPO 2015 se non per impedire il diritto di replica ai tanti contadini ed allevatori che di Expo non conoscono se non lo slogan (nutrire il pianeta),  e far passare il messaggio che solo chi mangia “pasta e pane” ( i cui frumenti di derivazione sono nove volte su dieci sono stra carichi di DON ed Aflatossine), è un consumatore politicamente corretto?

La realtà che qui si intercetta, è che  si tratta di un mercato che fa gola ai tanti rami collaterali della grande famiglia del “food”.

Attira sia frodi che contraffazioni al punto che i controlli che in Italia sono affidati al Servizio Veterinario delle AASSLL ed ai Carabinieri del NAS  tanto in fase di produzione primaria che in fase di commercializzazione, richiedendo un sforzo incessante orientato alla scoperta di violazioni penali ed amministrative e relativi sequestri di derrate alimentari da avviare alla distruzione.

Molto ci piace il recente appello di Don Luigi Ciotti, da sempre unico alfiere di una legalità etica e produttiva nel campo del cibo e delle agricolture di frontiera, ispirato al "giusto" nelle filiere alimentari.

Noi sappiamo da sempre che il settore offre molte sponde non solo al malaffare, ma, purtroppo anche ai profeti della “dieta mediterranea” a tutti i costi,  quelli cioè che ispirano le scelte delle famiglie all’acquisto  ed al consumo di derrate a base di carboidrati, salvifiche ciambelle di salvataggio per quei consumatori altrimenti   "condannati" alla morte per cancro da “Carne Rossa”.

Il paradosso è stato da molti denunciato, comprese le aziende serie che commercializzando i prodotti per l’infanzia, scoprono di avere un competitor in un pacco di pasta blu dove si richiamano  fumetti  di Walt Disney.

Le analisi del potere inducono a pensare che gli attori ideologici generano regole, perché esercitano un potere più o meno prescrittivo, di orientamento e di controllo sul comportamento collettivo.  E, da qui, controllo sui comportamenti  dei consumatori  e le loro azioni conseguenti.
Siamo stati così trasformati in oggetto del potere ideologico...
Ultima modifica ilGiovedì, 24 Dicembre 2015 11:01

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