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Enoturismo: realtà o leggenda?

Siamo in periodo vacanziero e come ogni anno partono i consigli sul caldo nonché cifre sparate qua e là sul turismo e la sua salute.


La Francia ha dichiarato di volere e poter superare la mostruosa cifra di 100 milioni di turisti in un anno. Si sono addirittura resi conto che dovrebbero però essere più gentili. Va bene, buon per loro. E l’Italia? Oggi siamo al 5° posto. È un problema? Si può fare meglio? La risposta per entrambe le domande è ovviamente si.

Nello specifico andiamo proprio a prendere l’enoturismo. Si stima che nel mondo ci siano 20 milioni di potenziali arrivi e che in Italia ne approdino solo 3 (secondo la Wine Tourism Conference). Qualche domanda forse dobbiamo cominciare a porcela. Teoricamente abbiamo la possibilità di portare il nostro enoturista in qualsiasi ambiente lui preferisca: mare, montagna, lago, collina, in tutte le nostre Regioni si produce vino, da nord a sud, da est ad ovest, ad ogni altitudine. Insomma, vista così, qualsiasi winelover dovrebbe avere come prima meta l’Italia, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Quindi perché non si riesce ad aumentare il flusso enoturistico? Non sono un matematico ma credo che le cifre relative al 2015 saranno influenzate da Expo e, come sta già succedendo da un anno a questa parte, dall’assegnazione Unesco alle Langhe, Roero e Monferrato. Probabilmente usciranno proclami vittoriosi ed in parte è giusto che sia così ma rideremo ancora nel 2017?

Quello che invece non viene ancora fatto, dal Piemonte fino alla Sicilia, è piuttosto semplice: credere nel turismo. E non si tratta di avere un atto di fede ma bensì di applicarsi e sostenersi a vicenda. Eh già, sostenersi, che è un concetto che nell’imprenditoria italiana un po’ manca. Ma qui non si sta parlando di rivelare chissà quali segreti industriali, stiamo semplicemente parlando di creare quel famoso “sistema Italia” del vino di cui ogni anno se ne sente parlare e ogni anno finisce a tarallucci e vino. Solitamente la soluzione adottata è dividersi e quindi assistiamo alla nascita ogni anno di consorzi, associazioni, spesso creando semplici doppioni e non mi dilungherò qua nel dare la mia opinione sul perché accada tutto ciò. Il risultato è una miriade di loghi e sigle che non fanno altro che disorientare il consumatore.

Qua stiamo ancora assistendo a discussioni se il piccolo produttore sia un bene o una zavorra per il settore vitivinicolo, dimenticandoci che la nostra Italia è figlia dell’era dei Comuni e che ogni paese ha le sue peculiarità che devono essere esaltate e “vendute” semplicemente perché è quello che oggi viene ricercato.

La bellezza dell’Italia sta nel fatto che in pochi chilometri quadrati hai la possibilità di entrare in mondi completamente diversi per storia, cultura e tradizione e questi tre elementi si fondono in quello che probabilmente è il prodotto più straordinario che l’uomo potesse creare, il vino… L’unica nostra possibilità per un novo enoturismo è capire e raccontare la nostra terra, sempre, in ogni momento possibile e con ogni mezzo disponibile.

È chiaro che questo è solo il punto di partenza perché poi per aumentare quote di mercato enoturistico servono i servizi, di qualsiasi genere, e come si sa, in questo caso servono i denari. È sempre una questione economica però a volte commettiamo l’errore di rifugiarci in questa bella formuletta “no soldi = no sviluppo” che può anche starmi bene ma in questo caso molti GAL (che sono enti pubblici finanziati con soldi europei) sia al nord che al sud, mi dovrebbero spiegare perché si sono ridotti a corse folli negli ultimi mesi per sfruttare bandi (=soldi) promossi da anni.

Prima dei soldi ci vogliono idee, capacità e soprattutto volontà di portare avanti un progetto! Ma quale tipo di progetto? Le cose sono sempre più semplici di quelle che pensiamo. Basterebbe utilizzare alcuni concetti troppo spesso sottovalutati o utilizzati in maniera superficiale come “sinergia”, “sistema”.

Il turismo, e di conseguenza l’enoturismo, funziona e porta reddito quando tutti gli attori navigano verso la stessa direzione. In primis ovviamente le amministrazioni di ogni livello che devono offrire i servizi essenziali, poi ci sono le strutture ricettive che devono adeguarsi all’epoca in cui siamo (quante volte avete pagato il Wi-Fi? A me è capitato anche di sborsare 5 euro per 30 minuti e non in camera ma in un’area comune della struttura). Infine quello che chiamerei l’indotto, nel nostro caso le cantine, che non si dovrebbero sbranare a vicenda per un cliente in più ma dovrebbero lavorare insieme, costantemente, per fornire la migliore visione possibile al turista. Mi spiego, il vino che non trovi da me lo puoi trovare nella vicina azienda, prima o poi il tuo vicino ti renderà il favore e ti farà guadagnare un cliente. Molto spesso invece si sentono storie assurde del tipo “no guardi, qua non ne trova…non è la zona adatta…no qua si produce solo questo…” .

Far capire all’enoturista che sta visitando una zona esclusiva è la cosa principale per far si che ne rimanga estasiato e che torni a casa con l’idea di aver visitato uno dei posti migliori al mondo (qualunque esso sia) perché ha trovato cordialità, genuinità, sincerità ed accoglienza…

Non è forse vero che una volta campeggiavano scritte a bordo strada “Qui si vende vino sincero”?
Ultima modifica ilMercoledì, 01 Luglio 2015 12:53

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