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Vino naturale, natura o cultura?

Vino naturale,  natura o cultura? Vino naturale, natura o cultura?

Il vecchio caro Marx asseriva che la merce ha un “valore d’uso” e un “valore di scambio”. Il “valore d’uso” della merce attiene ai bisogni impellenti dell’uomo e al loro conseguente soddisfacimento; il “valore di scambio” riguarda la capacità di ricevere una controprestazione, sotto forma di beni materiali (baratto), o in denaro, qualora il bene fosse venduto. La merce ha anche un “valore simbolico”, che afferisce alla capacità di creare un valore aggiunto, socialmente riconosciuto, per chi la possiede.


In ambito vitivinicolo abbiamo le seguenti considerazioni. Ricordo sempre con piacere e ammirazione il lavoro certosino e determinato che il mio compianto nonno realizzava quotidianamente in vigna. Il vino, della vendemmia precedente, faceva parte delle corpose ed energetiche colazioni che all’alba, insieme a pane e formaggio, fungevano da propedeutico per un’altra giornata di duro lavoro. Il nettare di Bacco costituiva un utile rigenerante; inoltre allietava i giorni di festa quando, alla solita porzione dei giorni feriali, se ne beveva una dose in più, per onorare al meglio il meritato momento di ozio. La merce vino ha un “valore di scambio” quando essa serve a ricevere, in seguito alla vendita, come già accennato, un controvalore materiale o immateriale. Il vino possiede un valore simbolico quando ai nostri amici offriamo la condivisione di uno Chateau Lafite, opulenza e maestosità . Il vino di mio nonno era naturale. Lo so con certezza. Uva della sua vigna, raccolta manuale, lieviti indigeni, zero solfiti e zero additivi: risultati altalenanti. Era il “suo vino” quello che gli dava la carica al mattino e lo accompagnava per il pasto serale. Tra i due esisteva un rapporto profondo reso sempre vivo dall’incedere ciclico della semina e del successivo raccolto.

Leggendo il libro di Alice Feiring, giornalista e blogger newyorkese, ho maturato la riflessione che il termine “Vino naturale” sia semanticamente inconsistente, proprio in ragione di un contesto socio-ambientale definitivamente mutato. Un contesto che vede gli individui cibarsi non tanto per nutrirsi, ma per proiettare un’immagine sociale di sé. Ordiniamo qualcosa da mangiare al fine di fotografarla e lasciarla sbranare dal mondo voyeuristico della condivisione. La nutrizione “social” è diametralmente opposta a quella fisiologica, che invece è intima ed individuale. Il contadino di un tempo, quello che agiva per la sua sussistenza, avulso dalla regole del mercato, aveva un’unica necessità : coltivare in modo salutare e naturale. Proprio in ragione del fatto che le ricchezze del suo orto avrebbero soddisfatto i bisogni imminenti e domestici della propria famiglia. La mia, come spero si capisca, non è una critica al vino naturale, mondo che mi incuriosisce ed appassiona : è una riflessione sulla perdita della sua funzione originaria, in luogo di una nuova estensione sempre più simbolica e culturale. Il vino, sia esso “Naturale”, “Artigianale”, “Biodinamico”, “Da uva biologica” e “Industriale” nasce per essere venduto; commercializzato; per divenire, in alcuni casi, moneta finanziaria. Le stesse aspettative del mercato non sono volte al soddisfacimento di una necessità fisiologica. L’opacità identitaria del termine in questione risiede appunto nello sforzo vano di rendere naturale qualcosa di inevitabilmente simbolico-culturale. Il vino naturale, per usare le parole di Feiring , Naked Wine, non può non essere un’immagine caricaturale del concetto stesso di natura. Quella del vino naturale è un’idea sicuramente efficace nella capacità di assorbire e rilasciare un romantico immaginario ergo un valore simbolicamente forte in grado di veicolare concetti come quello della naturalità e sostenibilità.

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