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Il vino italiano rischia la clonazione

Il vino italiano richia la clonazione Il vino italiano richia la clonazione

Siamo nel pieno dell’era della globalizzazione che mette a confronto i mercati di tutto il mondo. I vari paesi occidentali si muovono nella stessa direzione per far conoscere e riuscire a raggiungere i paesi emergenti. Chi per trovare ulteriori sbocchi di mercato, chi per ridurre i costi fissi e diventare più competitivo. Una logica del tutto normale in un mercato senza regole, cioè libero. Allora tutti alla ricerca di soluzioni, di idee e stratagemmi che riescano a sostenere ulteriori investimenti, motore delle aziende che vogliono incrementare i propri volumi di vendita.

E per quanto riguarda il vino italiano? Siamo sulla “stessa barca”. Un settore che cerca giustamente di crescere nel mercato estero, ma che nello stesso tempo incontra le difficoltà di competere con i nuovi paesi emergenti. Cina, Giappone, India  e Africa sono alcuni dei paesi che oggi convivono nella globalizzazione e vogliono crescere e creare ricchezza, utilizzando il modello, fino a questo momento vincente, dei paesi occidentali con scarsi filtri etici e senza particolari ostacoli. La corsa alle produzioni vitivinicole è già partita e anche quella più comoda di prendere spunto dalle eccellenze enologiche  italiane con un vantaggio non trascurabile: la disponibilità di risorse a basso costo e 24 ore su 24 con una maggiore possibilità di investire sulla ricerca biotech. Centri specializzati che sono in grado, con le dovute informazioni, di riprodurre le caratteristiche sensoriali dei vini italiani attraverso la clonazione dei genomi delle viti. Inutile sottolineare le gravi conseguenze per il nostro mercato, che incontrerebbe delle sostanziali fotocopie dei nostri vini venduti a bassissimi costi.
Questo fenomeno detto Shopping Scientifico si sta focalizzando, per esempio sulla ricerca di genomi sequenziali della corvina veronese, vitigno autoctono utilizzato per la produzione dell’Amarone, nota eccellenza italiana.
Sicuramente non siamo sprovveduti, ma non possiamo nascondere la nostra difficoltà d’investire altrettanto nella ricerca e nell’innovazione bioteconologica. Tutte le nostre conoscenze, soprattutto quelle in ambito scientifico, e le nostre tradizioni enologiche, devono rimanere ben custodite aspettando che vi siano degli interventi per rendere il mercato globale più equilibrato ed armonico. Inutile affermare che “noi italiani dobbiamo essere dalla parte degli italiani”, per creare un sistema più forte.

Ultima modifica ilMartedì, 27 Aprile 2010 20:27

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