Log in

Etichette: moralmente al servizio del vino.

Etichetta realizzata da Vincenzo Reda www.vincenzoreda.it Etichetta realizzata da Vincenzo Reda
Luciano Gambaudo, un amico, poco prima di andare in pensione mi regalò una copia della sua ultima fatica alla Loescher: la nuova edizione del Palazzi-Folena.
Luciano fu per molti anni il direttore di quella gloriosa casa editrice torinese, specializzata nell’editoria scolastica; fu per me un maestro, una guida e un socio in affari prezioso: non sopravvisse molti anni alla pensione, forse proprio la pensione ne causò la prematura scomparsa.

Lo ricordo qui semplicemente perché, fra tutti i vocabolari presenti nella mia biblioteca, il Palazzi-Folena del 1992 è quello che uso con maggior frequenza, anche in virtù del fatto che è l’unico a specificare, per ogni parola, la data della sua comparsa nell’uso della nostra lingua.
“Etichetta” compare nel 1797, introdotta dal francese:”Etiquette. Marca fissata a un palo, poi cartellino……..”

Ma “etichetta” significa anche complesso delle cerimonie voluto dall’uso e dalla cortesia di persone di un certo rango ( in origine le corti ): dal francese “etiquette”
( dicitura ) e dallo spagnolo “etiqueta” ( cerimoniale ).
E’ lampante che l’etimo si rifà direttamente alla parola “etica” ( la scienza della morale, la norma, il costume, ecc….), dal latino “ethica” che discende dal greco “ethike”.
Dunque, “etichetta” significa certo “dicitura, cartellino, marchio, ecc…..”, ma nella parola è insito un concetto che in qualche modo riporta alla correttezza, all’onestà, all’etica, appunto.
Ora, su quanto siano etiche molte etichette avrei tanto da dire, ma l’oggetto di questa mia riflessione è prima tecnico ed estetico, più che morale e, appunto, etico.
Parto da alcune considerazioni tecniche.

L’etichetta è un mezzo di comunicazione che attiene alla scienza del marketing: formulazione del prezzo, canali di distribuzione, packaging (etichetta, anche), pubblicità, promozioni, ecc. costituiscono il cosidetto marketing-mix, ovvero tutte quelle decisioni, e dunque caratteristiche commerciali, che un produttore assume per posizionare il proprio prodotto entro una certa fascia di mercato.
Ora, io penso, e a questo proposito dubbi ne ho pochi, che la scienza del marketing è assai poco frequentata dai produttori di vino; penso altresì che i produttori di vino abbiano anche poco senso estetico e dubbio gusto; da quanto sopra, si deduce che la mia opinione sulla maggior parte delle etichette appiccicate su bordolesi, borgognotte, alsaziane, tronco-coniche e via dicendo, sono non solo brutte, ma anche tecnicamente malfatte e fanno un pessimo servizio al liquido di cui dovrebbero parlare e al suo produttore.

La prima considerazione è di ordine tecnico: un’etichetta che sta appiccicata sopra una bottiglia di vino ha l’obbligo di raccontare il vino che gli sta dietro: se alla grande maggioranza di etichette presenti sugli scaffali di enoteche, grande distribuzione e wine-bar sostituite il testo originale con una semplice sequenza di caratteri senza senso e poi chiedete a una qualsiasi persona che tipo di prodotto può rappresentare quell’etichetta, avrete ben poche risposte che riferiscono al vino. Anche per il semplice fatto che poche etichette sono opera di specialisti della comunicazione, perché, mi spiace per chi pensa altrimenti, ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere: vale a dire che un conto è assemblare un ottimo vino, altra faccenda è raccontare la bontà di quel vino sopra uno scaffale in mezzo a tante altre bottiglie ( il primo dovere di una buona etichetta, oltre al fatto ontologico di sapere di vino, è quello di chiamare il consumatore a voce più alta e con parole più convincenti di quanto facciano le concorrenti vicine).

A tutti i ragionamenti di cui sopra occorre aggiungere che il messaggio ha da essere semplice, breve, chiaro, forte.
E qui ricasca il povero, proverbiale asino: sulle nostre brave etichette troviamo di tutto, di più.
A cominciare dalla scelta dei caratteri, veri e propri cataloghi di lettering tra i più sofisticati e illeggibili, per continuare con i testi che, spesse volte, sono più lunghi e contorti di un feuilleton; per finire con la parte iconografica su cui è doveroso stendere un velo pietoso ( fotografie di paesaggi, riproduzioni di quadri che niente hanno a che fare con la materia e sono pure brutti, grafismi fuori luogo, loghi che sembrano fatti per prodotti metalmeccanici…..).
E’ doveroso, ora, specificare che chi parla ha avuto il privilegio di frequentare la scuola rigorosa della grande tradizione della Nebiolo Caratteri di Torino, personaggi come Gianni Parlacino e Bruno Garavoglia mi hanno insegnato il rigore, la pulizia, la chiarezza. Tante serate passate a parlare, mangiando e bevendo alla grande, con Aldo Novarese ( il più grande creatore di caratteri del ‘900 ) e Enrico Tallone di segni, di grazie, di Garamont, Jenson, Manuzio, Kis, Caslon, Bodoni………
Con queste frequentazioni ho poi avuto la fortuna di imparare il marketing alla scuola dell’Unione Industriale di Torino, guidato con maestria impareggiabile dalla magica coppia Lombardi & Varvelli: dunque è chiaro che il pulpito da cui, con qualche ironia, cerco di pontificare, è abbastanza solido…….

Sfoglio un bel volumetto, pubblicato, or è qualche anno, da Luigi Collio Editore per conto dell’Associazione Vignaioli Piemontesi: una serie di ottime fotografie presenta i migliori Barbaresco, in copertina una sorta di pay-off recita: “Il pianeta dell’eleganza”.

Sono certamente eleganti i Barbaresco di cui si parla, ma le etichette, per la più parte, sono tecnicamente sbagliate, prima ancora di essere brutte, molto brutte.
Certo, Ceretto, Pio Cesare, Bruno Giacosa, Produttori di Barbaresco, Parroco di Neive sono etichette riconoscibili immediatamente e, in questo caso, l’etichetta non fa nessuna differenza sullo scaffale: ma nulla m’impedisce di far notare quanto siano brutte queste etichette, alcune tra le altre orribili oltremodo; l’unica che mi sento di salvare è quella di Angelo Gaja, pulita, essenziale, riconoscibile, rigorosa.
E qui per necessità il discorso deve prendere un’altra piega.

Nel 1999 chiamai Angelo Gaja, io perfetto sconosciuto alle prese con un signore che non aveva, e continua a non avere, fama di persona facile: volevo dipingere col suo vino e avevo in testa un giochino da fare con le etichette e volevo farlo appunto con un suo vino.
Tutto subito, il signor Gaja non mi prestò attenzione, poi, a seguito di un mio fax non proprio gentile, si degnò di ricevermi presso la sua azienda in Barbaresco.
Gli esposi il mio progetto e fu subito comprensivo e disponibile, fornendomi sei bottiglie di Darmagi ’95.
Tre le misi a frutto bevendole con grande soddisfazione ( bere bene mi ispira, non sia mai che dipinga con un vino che non ho bevuto e goduto! ), una la usai per dipingere  un paio di pezzi, secondo il mio solito stile, le altre due furono oggetto del seguente gioco: eliminai le etichette originali, prelevai dalle bottiglie, per tramite di due siringhe con aghi da vacca ( lunghi e resistenti, per via del fatto che i sugheri di Gaja sono quelli che sono ) infilati contemporaneamente attraverso i forellini della capsula, uno per l’immissione dell’aria e l’altro per il prelievo del liquido, 15/20 cl. di vino.
Con il vino preso da ogni bottiglia ho dipinto l’etichetta e la controetichetta.
Una bottiglia la conserva Angelo Gaja, l’altra fa parte della mia collezione ed è riprodotta a corredo di questo articolo.
Angelo Gaja passa per uomo burbero: con me fu gentile, disponibile, cordiale e anche assai riconoscente.
Mi è d’obbligo però specificare che, pur attestando una certa dignità grafica alle sue etichette, io non farei mai un’etichetta quadrata, non metterei mai più di due o tre elementi ( scritte comprese ) sull’etichetta, non rinuncerei mai alla controetichetta su cui indicare quanto, niente di più, prescrive la legge.
Mi viene l’orticaria quando leggo, in modo particolare su etichette di grandi vini, gli abbinamenti e la temperatura consigliata per la degustazione……
Un’altra bella operazione la feci per conto di Claudio Gori: nel 2000 dipinsi, una per una e con i rispettivi vini,  sei etichette per otto produttori provenienti da tutta Italia per un’asta di beneficenza.
Le bottiglie furono tutte vendute.

Ancora con Claudio Gori facemmo nel 2001 un’operazione che mi è assai cara: Gori assemblò un vino per produrre circa settanta bottiglie, io trovai il nome:”Idillio”; Enrico Tallone stampò con i suoi preziosi caratteri in piombo le scritte essenziali ai piedi delle etichette che io dipinsi, ovviamente una per una, con lo stesso vino contenuto nelle bottiglie.
L’operazione costituiva il nostro regalo per il matrimonio di una persona cara, sommelier, che usò le bottiglie a mo’ di originale bomboniera.
Devo sottolineare che l’etichetta era rettangolare e naturalmente con i lati in proporzione aurea ( il numero d’oro, ricordo, è :1,618 ).
Io ho in uggia le pretese etichette artistiche, alla stessa stregua delle cosiddette “grafiche” ( stampe litografiche numerate e firmate dall’artista ) o multipli, in cui si commissiona un quadro a un artista e poi lo si riproduce semplicemente e si cerca di vendere il tutto come opera d’arte: sgombriamo il campo dalle fesserie e dai mercanti, l’opera d’arte è e dev’essere unica e non riproducibile, alla faccia di Walter Benjamin!

Lo scorso anno ho avuto modo di lavorare a un progetto di etichetta in cui avevo visto i presupposti che mi sono consoni; l’amico Emilio Marengo, produttore di vino in una magnifica zona tra Arezzo e Siena, aveva in cantina un grande Merlot firmato da Fabrizio Ciufoli, mi chiese di studiargli un’etichetta.
Ho bevuto a lungo quel Merlot, i cui vitigni maturano guardando dall’alto le Crete e il Chianti, l’ho ben gustato e digerito e poi per qualche mese ho dipinto.
La grafica fu curata dall’architetto fiorentino Federica Cecchi, ben guidata da Fabrizio Giusti, un commerciale che sa far bene il suo mestiere e possiede ( cosa che non guasta ) anche un certo gusto.
Il nome del vino: Elena, come la figlia del produttore; il risultato lo si può vedere nelle foto, è un bell’esempio di quella che a mio avviso è un’etichetta corretta e, ovviamente c’è del mio, bella, semplice, particolare.

A corredo di questo mio articolo ho ritenuto importante riprodurre alcune bottiglie della mia collezione privata, le cui etichette, tutte particolari assai, rendono bene quanto nel mondo del vino sia bizzarro il concetto stesso di etichetta.
Tra le altre, la bottiglia di Barolo che riporta, scritti a mano, solamente nome del vino e anno: per me ha da sempre costituito l’esempio del’etichetta quasi perfetta ( quella perfetta ce l’ho in testa da molto tempo e spero, un giorno o l’altro, di avere il privilegio di vederla appiccicata a una grande bottiglia di vino ).

Ultima modifica ilVenerdì, 08 Ottobre 2010 14:56

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.