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Il Senatore Dario Stefàno a Vinoway: La proposta di abolire il Ministero delle Politiche Agricole è anacronistica, ideologica e strumentale

Ha suscitato numerose reazioni la proposta di Davide Caparini (primo firmatario) esponente della Lega nord, appoggiata dall’ Assessore alle Politiche Agricole della Regione Lombardia, Gianni Riva, di abolire il  Ministero delle Politiche Agricole in  quanto il Dicastero risulterebbe gravare sulle casse dello Stato per un valore di 1,3 miliardi di euro, ritenendo, secondo loro, opportuno accorparlo in un altro Ministero, rifacendosi al referendum abrogativo votato nel 1997.

A tal proposito ho interpellato il Senatore Dario Stefàno,  ancora molto legato alle dinamiche che riguardano le politiche agroalimentari  e per la sua positiva esperienza come Assessore alle Politiche Agricole della Regione Puglia.

In base alla sua passata esperienza di Assessore alle Politiche Agricole della Regione Puglia, si sente di affermare che questo è un momento difficile per il nostro Paese anche nel settore agroalimentare?

Purtroppo tutti i settori hanno risentito di una congiuntura così fortemente sfavorevole, ma l’agroalimentare  ha certamente tenuto più degli altri, tant’è che da molti viene considerato un settore anticiclico. E proprio in virtù di questa straordinaria tenuta, avrebbe bisogno di una guida politica più attenta, di un approccio capace di affrontare e risolvere le urgenze e al tempo stesso di valorizzarne le potenzialità. Purtroppo invece l’agricoltura ormai da qualche anno sembra essere stata abbandonata a sé e questa circostanza, in un Paese come il nostro, è una assurdità.

Quale peso ha attualmente il Ministero delle Politiche Agricole, visto che le decisioni vengono prese a livello europeo e si parla sempre più di internazionalizzazione e di una nuova politica agricola comunitaria (PAC)?

Il punto è proprio questo: il nostro Paese, con la sua storia agricola e un comparto agroalimentare di eccellenza, non è in grado di essere incisivo come dovrebbe nella definizione delle politiche europee. Il Ministero all’Agricoltura non si occupa solo di indirizzare la politica nazionale ma anche di creare le condizioni per incidere sulle decisioni europee. Ma per essere credibili in Europa bisogna essere forti in casa: forti di obiettivi e risultati raggiunti, forti di una politica agricola nazionale che si propone strategie e ambizioni. Se tutto questo non c’è, è chiaro che poi in Europa si arriva con timidezza, senza autorevolezza e credibilità e quindi incapaci di influenzare nulla. Detto con altre parole: le sembra che un Paese come il nostro avrebbe dovuto avallare una disciplina delle DOP così com’è? Una disciplina che consente di produrre la Burrata di Andria DOP, tanto per rimanere a casa mia, con cagliata tedesca, magari lavorata in Francia e poi semplicemente imbustata in Puglia? Così non facciamo che svendere le identità produttive, che dovrebbero essere invece tutelate perché rappresentano un valore economico e culturale.

Quindi cosa ne pensa della proposta formulata da un esponente della Lega Nord, appoggiata anche dall’Assessore all’Agricoltura della Lombardia, di eliminare il Ministero delle Politiche Agricole accorpandolo  al Ministero dell’Economia?

È una proposta anacronistica, ideologica e strumentale. Certo, se dovessimo guardare ai risultati prodotti in passato dal Ministero a guida leghista, allora si potrebbe anche arrivare a giustificarne l’abolizione. Ma al netto di questa valutazione, è evidente che si tratta di una proposta strumentale ad altri fini. L’Italia ha altre ambizioni  e ciò che serve, invece, è proprio il contrario: ci vorrebbe più politica, più capacità di indirizzo, una guida forte, proprio per mettere a frutto questa capacità del nostro agroalimentare di tenere testa alla crisi.

In molte sue interviste, Lei ribadisce che bisognerebbe abbandonare la politica finanziaria e ripartire dalla Terra. Crede realmente che se si tornasse ad una politica di risorse territoriali ci potrebbe essere il rilancio dell’economia?

I fatti parlano da soli, la politica di sviluppo fondata sulla finanza creativa ha prodotto danni, che purtroppo  pagheremo ancora  per anni. Ed allora bisogna ripartire da ben altri derivati, da quelli della terra, con tutto ciò che ad essi si collega: penso ad una economia verde in cui rientrano i beni culturali, la ruralità, l'enogastronomia di qualità e dunque l'agricoltura di qualità, il turismo sostenibile, capaci di generare economie di scala, con la forza di quel  Made in Italy che non è solo moda, che in tutto il mondo è sinonimo di stile, gusto, di cose fatte bene e con passione.

La passione e l’impegno profuso nell’Assessorato alle Politiche Agricole della Regione Puglia le hanno lasciato il segno, come è anche evidente che lo abbiano lasciato all’interno della Regione Puglia, visti i risultati positivi di questi ultimi anni. Se dovesse un giorno mettere a disposizione del Paese il suo bagaglio di esperienza nell’ambito agroalimentare, su cosa si baserebbero le fondamenta?

Il mio sogno è un Paese protagonista in Europa e in Italia di una politica economica di sviluppo basata proprio sulla valorizzazione delle identità, che fondi la strategia di competitività sulle peculiarità che ci rendono unici in tutto il mondo, senza rinunciare all’imperativo categorico di innovare. Una innovazione ineludibile  non solo dei processi produttivi ma anche dei modelli organizzativi.

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