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Tenute Rubino: la vendemmia delle donne

Fresca. Giornata fresca, piacevolmente fresca la domenica del 3 settembre. Ma il giorno prima no. Un carico infuocato indossato fino all'amigdala. Perché il 2 di settembre, di sabato, le Tenute Rubino hanno riprovato a riproporre una giornata dedicata alla vendemmia aperta al pubblico. Finalmente il meteo è stato clemente, niente pioggia, niente grandine, ma, in cambio, un caldo che definire torrenziale è puro eufemismo.

Eppure una ampia legione di visitatori di ogni lingua e colore (scarse schiere di italica genie, ma l'Onu c'era quasi tutta e in ogni fascia di età) si è avventurata tra le vigne, a piedi, in bicicletta e sul trattore. Polvere, insetti e bambini vocianti sommergevano i gazebo sotto i quali, verso mezzogiorno, si preparavano gustose vivande e scorrevano allegri fiumiciattoli di vino e terminava rapidamente la provvista di acqua. Una muta di coraggiosi (e dotati) riuscivano anche a ballare la pizzica sotto il sole cocente mentre i musicanti davano corda a violini, fisarmoniche e tamburrelli.

Folklore diranno e dicono in tanti. Vero. Folklore. A che può servire ai fautori delle più ardite filosofie e dei modelli “matemagici“ che prevedono, sbagliando regolarmente, le produzioni quantitative e qualitative di ogni singolo ceppo?

Folklore diranno con l'aria di chi ha capito tutto ed anche di più. Poche variabili interagiscono, modelli non lineari che non hanno segreti per i discendenti di Enoc, padre di Mathusalem, nonno di Lamec e trisavolo di Noé. Colui che piantò la prima vigna. E poi antociani, resveratrolo, mineralità e via fino all'asfalto ... cosa volete che importi del folklore a chi vve a queste latitudini?

E il sorriso dei bambini che recidono il grappolo di uva dal ceppo?

La giapponesina che, incurante della esposizione del suo abbigliamento intimo, si rotola felice sui plaid tra le balle di paglia facendosi scattare decine di foto che le saranno irripetibili?

E il giovane biondo che con la sua fidanzata brindano una, due, tre volte e non si chiedono la differenza tra il bianco d'Alessano e il Fiano perché hanno gli occhi pieni l'uno dell'altro?

E la signora di Brindisi che vive a Bologna da sempre, che dimentica l'accendino e trova sempre un convivio pronto a servirla per un'altra sigaretta?

E la capacità di trasmettere a cotanto popolo la relazione strettissima che esiste tra la natura, le piante, il lavoro, e il vino?

E come spiegare meglio che il vino è quella sostanza che consente a tutti noi di aver qualcosa da dire mentre il sole ci cucina e Giacomo va in ebollizione ma sorride sempre ugualmente?

Quante cose il nostro intellettualismo ci fa dare per scontate, quante volte è bello spogliarsi, sedere su un covone di paglia, perché la tua cubatura è assai più pronunciata di quella dei tuoi interlocutori, e assaggiare questo o quell'altro calice.

Poi i tuoi interlocutori sono Lucia, Luciano e Caterina, ragazzi giovani ma capaci di toccarti dove da tanto tempo nessuno ti toccava e ti ritrovi che il caldo è tanto e anche la fatica si è fatta greve. Fiano, Bianco d'Alessano, Susumaniello rosato fermo. Un po' di focaccia e poi te ne riparti, sotto il sole, rubando un grappolo di negroamaro.

Portarsi a casa delle foto, le risate stridule di tanti, le rughe stupende e sensuali delle donne della vendemmia da San Michele Salentino, il caldo è tanto ed anche le mosche. Ma vuoi mettere il piacere di una condivisione del genere. Ottimismo a volontà o ottimismo e volontà? Non lo so, non mi voglio immergere sul giudizio dell'annata. Siamo un paese così differenziato pedoclimaticamente e per vitigni che qualcuno piangerà e qualcuno riderà, come sempre in agricoltura, come sempre nel mondo del vino fatto di uva.



Ottimismo comunque, almeno fino a quando persone come Luigi e Romina continueranno a infischiarsene dei giudizi dei dotti e festeggeranno "lu capucanale". E fino a quando potrò vedere Michele, ex senatore ma di un tempo che fu, che, a 82 anni suonati, balla la quadriglia come un giovanotto in mezzo al popolo che sa andare alla vendemmia.

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